Del nostro assurdo esistere

Chi la pubblica?
La solidarietà ( tra ragazze che non hanno ancora deciso cosa fare della loro vita e nel mentre scribacchiano qualcosa) sempre.

LUCIDA FOLLIA

Del nostro assurdo esistere

ho certezza

se mai scontati furono

amore mio

i tuoi occhi

fari nell’acqua infranta

per questa mia esistenza

appesa a un chiodo di nebbia

Farfalla sulla spalla mia

posata appena

che si smette di respirare

che il cuore batte batte

batte forte

fosse mai

riprendesse il suo volo

con la sua meraviglia di ali

sparisse lontana

Sarebbe lancinante dolore

perdere

lo specchio della tua iride

riflesso di quanto di bello

davvero c’è

celato oltre la coltre scura

Se pace trova luogo

nella tana delle braccia

se trova dimora

nell’intermezzo delle dita

dove la pelle si incastra

dove davvero si compie

l’appartenersi

l’essere

anima sola

da sussurrarlo piano

nel cunicolo dell’orecchio

da squarciare il viso

di incontenibile gioia

Se sei il respiro che sale

dal fondo dei polmoni

e tutto riempi

e tutto danza

sulle tue tese corde di carne

Allora il nostro esistere

parrebbe

banale dato…

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Temperatura

I miei piedi hanno freddo,
solo i miei piedi.
La coperta è lontana
e la luce del cielo è gialla acida limone.
Non riesco a bere il tè perchè è troppo caldo per me,
l’acqua è fredda, il caffè è troppo nero per me.
Non mi sono mai voluta perdere
un briciolo di serenità
ma lei ora mi sta cercando
ed io sono nascosta nel frigorifero.
Salta la corrente
allora ho caldo
fuori dai muri un lampione si spegne e si riaccende,
“questo gioco non è divertente”
gli dico
e poi scavalco le tende.
I miei piedi hanno freddo
e il corpo non mente,
Ma chi sei tu
notte ridente?

Costellazione Libera

Assapora un rosato

Mare

E le fragranze dell’Albania fintamente lontana, diversa,

Invadono la sabbia.

Tra i granelli c’é

Un pesciolino con gli occhi sbarrati

La vita strappata via mentre tentava di tornare in acqua

Perché credeva che casa sua potesse finalmente liberarsi un giorno

da quell’inquinamento che soffoca.

L’aria non é spezzata dal rombo della moto

Questa sera

C’é il silenzio indignato

Che rivendica il desiderio non espresso di un ragazzo

che voleva solo festeggiare il suo compleanno

E invece

Probabilmente nel bel mezzo di un sorriso

ha ricevuto

Due colpi

Per regalo.

In un posto Selvaggio

Le libellule colorano il cielo

E il gabbiano vola alto;

Riempiono di bellezza

Per onorare il coraggio

Della donna che ha lottato per loro.

Assapora un rosato

Che sa di storie

Di persone

Di vite

E tu

Tu

Non un altro, ma tu

qui e ora

Tienitele sottopelle

Trova la tua luce

brilla

e credi che una nuova costellazione possa nascere.

Libera Terra. Hisotelaray.

In ricordo di Antonio Montinaro, Renata Fonte e tutte le altre, troppe, vittime innocenti di mafia, capolarato e crudeltá.

Un cuscino di rondini

Cammino l’aria pesante a piedi nudi

E tu metti disordine tra i ricci

Mentre guardi le pareti di specchi

Che riflettono le urla.

Stringo forte il cuscino

Voglio stringerlo più forte

piú forte

ancora più forte

Fino a liberare le piume incastrate

E vederle diventare rondini

Soggette ad un vento troppo arrogante

Eppure in danza.

 

Lucciole a gennaio

Spingo la frizione e salgo la collina con la mano fuori dal finestrino aperto e gli occhiali vintage che adoro, a reggermi le ciocche di capelli tremanti.

Il cielo è lattiginoso e pervaso da quella luce che mi dà così fastidio agli occhi, però la giornata è bella.

Ecco, sono arrivata al belvedere; fermo la macchina in mezzo, anche storta, tanto ha compagnia. Il cannocchiale posizionato al centro è sempre a pagamento e sempre,bimbi con i denti da latte o capelli di quello stesso colore, si accalcano per vedere un po’ più su, un po’ più in là.

In là. Materia ininterrotta davanti ai nostri occhi geometrici. La natura non ha linee, è la nostra mente a volerle. “Cazzo se Leonardo e la sua comitiva di geniacci aveva ragione ” dico convinta come se stessi dialogando con qualcuno. Una coppietta si è girata tenendosi ancora per mano:la mia parolaccia deve averli fatti riemergere dall’ipnosi del paesaggio. “Chissà cos’ha di così particolare”, mi chiedo, questa volta tra me e me.

Mi avvicino sempre di più, curiosa come non mai e arrivata al bordo, mi sporgo verso il basso con tutto il viso. Non ci ripenso che la testa è la parte più pesante di tutto il corpo , eppure dovrei ricordare la vittoria a Trivial Pursuit con questa risposta, quell’euforia. Quindi un giramento, la vista appannata, quella che sembra una funivia nella nebbia e poi gli occhi fanno nero.  Sono ancora strizzati forte per il fastidio che un’esclamazione raccoglie la mia attenzione. “Mamma, mamma i gonfiabili!” Mi volto di scatto e inizio a rincorrere la vocina. La macchina lasciata lì, il panorama sconosciuto pure.

L’ho perso, il bambino dei gonfiabili. Il cielo è imbrunito, e mi sono persa io. Mi siedo sul ciglio della strada e prendo in mano in mano il cellulare. Apro Whatsapp, Instagram, in gesti inconsapevoli, conscia di non avere rete scorro le chat e le foto, il nulla di nuovo mi dà alla noia, quindi lo riposo nella tasca posteriore dei pantaloni. Sbuffo. Cerco di fischiare: niente da fare, un caso perso. Cerco di toccarmi il naso con la lingua, questo sì. Sbuffo.

Dall’altra parte della carreggiata, in ombra, percepisco un’energia o una materia. Non sono poi la stessa cosa?

La presenza si fa avanti senza parlare, muta si fa scoprire dalla luce del lampione. Mi indica la strada e io la seguo.

C’è il mare, che di notte fa innamorare. E lascia alcune conchiglie a chi si sente solo, perchè appoggiandole alle orecchie possa sentire, quando ne ha bisogno, il suo sussurro. E ci sono i gonfiabili in lontananza e le biciclette e le bancarelle illuminate sulla sabbia.

L’aria che si respira è incantata. Cammino tra i carretti di frutta caramellata e zucchero a velo e mi prendo un po’ dell’una e dell’altro. Vedo una bottega completamente in legno assai strana. “Ma che è il negozio di Ollivander?” Spingo la porta principale impiastricciando la maniglia di zucchero e suona una campanellina. Il proprietario non si vede, quindi entro e noto che non ci sono bacchette magiche ma tante tante cianfrusaglie. Una cartina geografica degli anni della guerra del Vietnam, radio portatili, portachiavi da materiali riciclati. Punto su un gioco da tavolo che non riconosco di primo acchitto. “Se è Jumanji giuro urlo” E quando vado a prenderlo mi scontro con la spalla di qualcuno. “Michellee?

“Non, je ne peux pas le croiree!” La mia amica francese è stupita quanto me. Non ci vediamo da quella volta che sono andata a fare uno stage a Nizza e sono capitata ospite a casa sua. Nostalgico 2013.

Senza rimurginarci sopra prendiamo il gioco e usciamo di corsa dal negozio. Poi sedute sul bagnasciuga ci iniziamo a raccontare tutte le novità, le lingue diverse scompaiono dietro alle risate.

Sono di nuovo sola. Non so che ore siano ma è tardi  e Michelle è dovuta tornare in hotel.

E’ tutta la sera che mi aspetta. Salgo sullo scivolo gonfiabile, mi siedo e mi lascio andare serena. Lungo la discesa vedo un bagliore che gira intorno al mio viso, due bagliori, tre. E penso che le lucciole a gennaio non le ho mai viste ma sono belle e va bene così.

La luna dei vent’anni

Alla mia gioia e sicurezza di sempre.

 

C’è un rametto incastrato tra le ossa
del grande albero,
nato quando vapore e gelo amano fare la lotta
e l’amore.
Trema ai respiri di Vento
ma rimane fermo
e cresce.
Il pettirosso un po’ paffuto non è volato
via,
aspetta di vedere il fiore
scoperto solo a sguardi penetranti.
La luna dei vent’anni ha illuminato la corteccia questa sera,
e il rametto che non ricorda mai i sogni
sogna di saltare un giorno
su quegli ammassi di vapore e magia
chiamati nuvole.

Istantanea

Me ricordo
di una sera di metà ottobre
la testa me suonava peggio della banda
alla domenica mattina.
C’avevo giusto du stracci addosso
Casuali, sdruciti;
allora ho preso le chiavi
e so uscito pe strada.
Un paio di cuffie alle orecchie
e mi so perso,
per poco non cascavo in una delle tante buche
mai riempite.
Guardavo i lampioni già accesi
e pensavo che le giornate s’erano fatte proprio corte,
come la vita mia.
D’istinto mi so strofinato gli occhi,
spalancati e sempre rossi,
e quanno l’ho riaperti
nella piazzetta il vuoto,
meno un camion di arancini siciliani e
alla sua ombra
quattro ragazzi che prendevano a calci un pallone sudato.
Sorrido
La voce de mi madre a ripetermi:
“Non dimenticarti il maglione
chè fuori fa freddo”
A me il freddo piace.

 

 

In quest’America sconosciuta

La finestra sbatte

La porta chiama

E il vento parla.

Non l’ho mai capito

Con quel suo modo sfuggevole di fare

Però provavo ad afferrarlo

E triste ogni volta

Guardavo dalle mani

L’aria in fuga.

In fuga ferma

In quell’istante.

Il volante della moto scotta

E la sabbia negli occhi brucia,

In quest’America sconosciuta

Da sconosciuta

Mi conosco.